MINDSWEEPER - "The Indian Guy"


di Sisco Montalto - Casualmente, in un pomeriggio anonimo come tanti, entro nel salone (vintage) da parrucchiere di un caro amico. Lì si respira sempre quel sapore di musica ormai andata. Tra un caffè e qualche chiacchiera con il tipo di turno, quella volta, ho incontrato (dopo un po' di tempo) Pippo Privitelli. Personaggio eclettico, artista, musicista, girovago e persona dalla grande esperienza. Mi ha catapultato (come altre volte accaduto) in storie di vita vissuta, in posti talmente lontani dai miei ma che in certi casi però senti vicini, soprattutto quando a raccontarli è una persona come Pippo.


Così ho deciso di scrivere un pezzo, che non è la solita recensione ma in un certo senso un tributo, un ricordo, un spaccato di vita e di musica, chiamatelo un po' come volete, di una band, e di un pugno di ragazzi, nata, cresciuta e morta (ma solo fisicamente) in una San Francisco dei primi anni ‘80, ancora odorante, in fondo, di quel “Flower power” che aveva sconvolto (positivamente) in una estate, tutti o almeno l'animo di certa gente come Pippo Privitelli e Dink Bridgers, leader e ideatore della band (con John Haynes e Ricky Lee Lynd e altri che si susseguirono poi come Ray White, Randy Jackson e Eric Drew Feldman). Animi ancora tremendamente hippie.

Nasce in quell'ambiente che si stava modificando velocemente l'esperienza Mindsweeper, e un disco (o semplici incisioni) in particolare: "The indian Guy". La storia visionaria di un ragazzo indiano che va oltre le porte della percezione. Due anni di registrazioni (più per carenza di denaro che per mancanza di tempo) che ci lasciano una musica dal sapore ancora psichedelico ma anche punk (il punk esploso sul finire degli anni ‘70).

Un rock nel quale la dimensione lisergica si mischia perfettamente con quella “arrabbiata” e più grezza. Potrebbe benissimo essere un album dei giorni nostri. L'esempio di come la musica ispirata rimane eterna anche se a farla non sono band che hanno fatto storia.…

Che poi in fondo, ognuno ha la propria storia grande o piccola che sia, e vale sempre in un modo o nell’altro, la pena di raccontarla.




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